Lun. Mar 16th, 2026

La notte dei manichini e il giorno dei moralisti

Sabato 4 ottobre 2025, a Terni, si è tenuta una manifestazione “contro Bandecchi”. Non su Bandecchi, contro. Che è già un lapsus collettivo. Perché una città che scende in piazza non per un’idea ma per un uomo, non sta facendo politica: sta sfogando frustrazione.

Il corteo era nutrito, le sigle: PD, M5S, CGIL, Verdi, Rifondazione, transfemminismo e indignazione pronta all’uso. Cartelli, slogan, cori, parole d’ordine. Tutto dentro il perimetro della protesta civile, almeno fino a sera.

Perché il manichino appeso a testa in giù davanti al Comune non era lì durante la manifestazione: è comparso nella notte tra sabato e domenica, con il favore delle tenebre, come un atto simbolico e vile insieme. Sul petto del fantoccio, un cartello recitava: “Vuoto come un cesso. Non ti sai organizzare. Vigliacco represso. Incominci a picchiare. Rigurgito antifascista.”

Un gesto vigliacco, anonimo, intimidatorio. L’ennesimo segnale di quanto facile sia passare dall’indignazione al fanatismo quando il confronto politico diventa sfogo personale. Paradossale che proprio chi contesta al sindaco i suoi “modi” finisca per adottare i più beceri. Gli autori di quel gesto, nascosti dietro la notte, sono il riflesso deformato di una parte della stessa piazza che poche ore prima sfilava “contro l’arroganza”.

Ancora più grave è che esponenti politici locali, alcuni dei quali democraticamente eletti, abbiano soffiato su quel fuoco, alimentandolo a colpi di dichiarazioni e post indignati. Si è arrivati al punto di chiedere le dimissioni di un sindaco democraticamente eletto attraverso una manifestazione di piazza. Un precedente inquietante: perché la democrazia italiana prevede già gli strumenti per tutelarsi da eventuali abusi amministrativi, ma non contempla la piazza come tribunale popolare per chi ha vinto le elezioni.

È il solito gioco: non potendo colpire sui risultati, si prova a colpire sul carattere. Quando non si riesce a criticare nei fatti un’amministrazione che sta facendo ciò che altri non hanno fatto in vent’anni, si sposta il terreno della battaglia dai numeri al tono, dalle scelte alla simpatia, dai dati alla personalità. E mentre a Terni si montava la sceneggiata, Bandecchi era a Cipro, impegnato a portare aiuti concreti nei territori in guerra.

Dumas scriveva che “l’orgoglio di chi non può costruire è distruggere”. La frase resta attuale. Perché dietro la violenza simbolica di un manichino appeso c’è proprio questo: la frustrazione di chi non riesce più a costruire un pensiero alternativo e allora si limita a negare quello degli altri. Noi continueremo, invece, a costruire. Perché Terni non merita la brutta immagine che qualcuno, sabato notte, ha voluto regalarle.

Le interviste rilasciate ai microfoni di Tele Galileo durante la manifestazione completano il quadro. Una serie di voci confuse, ironiche, arrabbiate, che raccontano più la psicologia della folla che le ragioni della protesta.

Un manifestante, apre dicendo: “Io lo amo alla follia il sindaco Bandecchi… No, sono preoccupato di questa manifestazione perché dopo quello che ha detto qui è pieno di tossicodipendenti e di spacciatori. Se ci fossero spacciatori almeno passassero qualcosa di buono.” Il sarcasmo è evidente, ma colpisce al contrario. È il classico bias dell’ironia invertita: credi di ridicolizzare chi insulta, ma finisci per confermarne la narrazione.

Subito dopo aggiunge: “Se ce lo fai sapere, siamo curiosi di conoscere i nomi degli spacciatori e dei tossicodipendenti sotto al Comune quel giorno.” È la pretesa di legalità usata come arma morale, ma in un contesto dove domina il coro, non il contraddittorio. Si chiede trasparenza, ma non si vuole dialogo. È il bias di selezione: cercare prove solo a sostegno del proprio fastidio.

Poi arriva la battuta che resterà impressa: “Qui oggi siamo in tanti, a Terni ci bucamo, ci sniffiamo, ci facciamo le canne a go-go.” L’intento è ironico, la riuscita disastrosa. Doveva smontare l’etichetta di “quattro drogati” usata da Bandecchi il 29 settembre, dopo la contestazione scoppiata per un suo post sui social dedicato alla guerra a Gaza, in cui il sindaco aveva scritto parole giudicate da molti negazioniste, minimizzando il numero dei bambini palestinesi uccisi. La polemica era esplosa davanti al Comune, e Bandecchi, in risposta, aveva definito i manifestanti “quattro drogati, soggetti strani e facinorosi”. Il 4 ottobre, quella ferita era ancora aperta. Ma il risultato dell’ironia resta lo stesso: auto-parodico. È il bias della sovracorrezione: per negare un insulto, lo si mima fino a rafforzarlo.

Un’altra voce, femminile, dice: “Bandecchi calpesta le istituzioni che dovrebbe rappresentare e i cittadini.” Frase solenne, ma generica. Nessun fatto, nessun dato. È l’effetto slogan: si afferma il principio morale per evitare l’analisi concreta. Il bias di astrazione morale in tutta la sua comodità.

Poi arriva il grido più citato: “Non ce la facciamo più di questo Bandecchi, fuori dai coglioni!” La rabbia è autentica, ma il messaggio implode. È la fallacia dell’inferiorità moralmente giustificata: si ritiene che la frustrazione renda legittimo qualunque linguaggio. Peccato che in una piazza che invoca rispetto, l’insulto cancelli ogni pretesa di superiorità etica.

Una rappresentante di associazione locale aggiunge: “Questa piazza non accetta più provocazioni, non accetta più una persona che sta qui solo per i suoi interessi e profitti.” È l’autocontraddizione perfetta. Si accusa l’altro di provocazione, durante una manifestazione costruita come provocazione. È il bias di proiezione: si attribuisce al nemico ciò che si sta facendo.

Un’altra manifestante afferma: “Noi vogliamo un linguaggio diverso soprattutto dalle istituzioni.” Giusto. Poi però precisa: “Siamo tutte femmine, siamo tutte transfemministe.” È il salto logico che trasforma la critica politica in battaglia identitaria. Il bias dell’ampliamento ideologico: spostare il piano del confronto dove non può esserci contraddittorio, così da non rischiare di perderlo.

Segue: “Protestiamo contro il nostro primo cittadino, che primo non lo è.” Frase efficace, ma priva di logica. È il bias di delegittimazione semantica: cancellare il significato delle parole per negare l’autorità di chi le rappresenta.

Chiude un cittadino: “Non ci piace assolutamente niente del sindaco, perché non fa gli interessi della comunità.” È la confessione perfetta. Quando dici che non ti piace “niente”, non stai giudicando, stai reagendo. È il bias della visione binaria: buoni contro cattivi, bianco contro nero, noi contro lui. Il pensiero critico evapora, resta il tifo.

Alla fine la piazza parla, ma non ascolta. Ognuno recita il proprio copione, convinto che il volume basti a sostituire la sostanza. La rabbia è vera, ma disordinata. L’ironia è tentata, ma fallita. Il risultato è un coro stonato di frasi scolpite nella fretta e consumate nella ripetizione.

Chi oggi scende in piazza “contro Bandecchi” dimentica da dove arriva Terni.
2017–2018:
Sotto la guida PD il Comune viene bocciato dalla Corte dei Conti (2017) e finisce commissariato (2018).
Le radici del dissesto stanno tutte lì: gestione fuori controllo.
E fa quasi sorridere vedere l’ex sindaco di allora, Leopoldo Di Girolamo, tra i manifestanti di sabato, con bandiera e fischietto in mano. Come se un ex capitano che ha portato la nave sugli scogli tornasse sul molo a fischiare contro chi oggi la sta riparando.

2019–2022: la gestione Latini ha tenuto a galla la città, ma senza identità né slancio. Bilanci vincolati, nessuna visione, solo amministrazione di transizione.
2023–2024: la giunta Bandecchi, con tutti i suoi eccessi comunicativi, ha prodotto risultati concreti.
Risultato consolidato 2023: +35 milioni.
Risultato consolidato 2024: +38 milioni.
Debito di gruppo in calo da 332 a 307 milioni.
Coefficiente d’indebitamento da 1,16 a 0,94.

Sono numeri, non opinioni.
Eppure la piazza preferisce discutere di toni, non di conti.
Di parole, non di fatti.
È più semplice odiare un volto che leggere un bilancio.

Ogni insulto rivolto a Bandecchi non lo indebolisce: lo rafforza. In un’epoca dove la comunicazione vive di vittime e carnefici, il bersaglio diventa protagonista. Il “sindaco cafone” diventa il “sindaco perseguitato”, chi lo odia gli regala copertura mediatica gratuita. Chi lo combatte, lo amplifica. Chi lo contesta, lo pubblicizza. Un capolavoro di comunicazione involontaria.

Mi torna in mente Pietro Nenni: “La politica non si fa con il sentimento, figuriamoci con il risentimento.” Aveva ragione. La politica è confronto, anche duro, ma resta confronto. È difesa quotidiana dei diritti, non difesa dell’ego. È amministrare con parsimonia, non sbandierare rabbia. È riconoscere un’idea giusta anche se arriva dall’avversario. È saper correggere un errore, non costruire un nemico. E guardando quell’immagine, il manichino appeso di notte, a testa in giù, con scritto “Vuoto come un cesso. Vigliacco represso. Incominci a picchiare”, tutto questo sembra sparito. Quando capiremo che l’unione di intenti conta più della divisione per fazioni, sarà sempre troppo tardi.

Condannare quel gesto non è solo un dovere morale: è un atto di igiene civile. Perché chi ricorre alla violenza simbolica ammette di non avere più argomenti. Un gesto così indecoroso non raffigura solo la povertà intellettuale di chi l’ha compiuto, ma la rinuncia collettiva al pensiero critico. È più facile appendere un manichino che costruire una proposta. Più comodo insultare che amministrare. Più teatrale odiare che dialogare. Chi oggi scambia la rabbia per militanza e la provocazione per coraggio, domani scoprirà che non ha cambiato nulla, se non la propria credibilità.

Buona domenica. Con la speranza che a Terni torni un clima più collaborativo, più intelligente, più utile alla crescita del territorio e meno alle dirette streaming del rancore.

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