all’esterno da parte del presunto capo dell’organizzazione che
imponeva sul territorio una egemonia criminale, anche in maniera
feroce, attraverso un sistema di estorsione finalizzata al sostegno
dei detenuti. E’ quanto hanno accertato i carabinieri del Comando
Provinciale di Brindisi che, nelle province di Brindisi, Lecce e
Chieti, con il supporto, nella fase esecutiva, di reparti speciali
dell’Arma, hanno eseguito tredici ordinanze di custodia cautelare in
carcere emesse dal gip del Tribunale di Lecce, su richiesta della
Direzione Distrettuale Antimafia della città salentina, nei confronti
di altrettante persone accusate, a vario titolo, di associazione di
tipo mafioso, concorso esterno in associazione mafiosa, truffa ai
danni dello Stato, usura, estorsioni, lesioni personali, detenzione e
porto di armi da sparo, associazione a delinquere finalizzata al
traffico di stupefacente ed hanno eseguito il sequestro preventivo di
un immobile e di un’attività commerciale. Il valore stimato è di
600mila euro.
L’attività commerciale è risultata la base operativa e logistica
dell’organizzazione, sede stabile di riunioni e incontri tra gli
affiliati. Le indagini preliminari dirette dalla Direzione
Distrettuale Antimafia e condotte dal Nucleo Investigativo del Comando
Provinciale di Brindisi tra il giugno 2020 e il giugno 2022 e avviate
dopo il ritorno in libertà del promotore e organizzatore
dell’associazione, elemento di spicco del clan della Sacra Corona
unita ‘Pasimeni-Vitale-Vicientino’, hanno dimostrato la operatività
persistente dell’organizzazione malavitosa. Dalle indagini è emerso il
ruolo nel territorio brindisino di un esponente già indagato in
un’altra inchiesta originariamente diretta dalla Procura della
Repubblica di Brindisi e svolta dalla Squadra Mobile della Questura di
Brindisi. E’ stata eseguita una ordinanza nei suoi confronti per
associazione mafiosa e reati collegati allo stesso contesto
investigativo. L’inchiesta del Nucleo Investigativo ha tracciato la
catena di comando dell’associazione criminale, dimostrando come il
capo impartisse direttive dal carcere, tramite il nipote, al suo
luogotenente sul territorio. Veniva così riscosso il cosiddetto
‘punto’ o ‘pensiero’ dagli spacciatori attivi nell’area. Questi
proventi illeciti venivano utilizzati per garantire il mantenimento in
carcere del capo e degli affiliati e assicurare il sostentamento
economico delle loro famiglie.
