FEMMINICIDIO: LA PAROLA CHE UCCIDE LA LOGICA
Ogni volta che un uomo uccide una donna, la notizia giustamente esplode.
Questo è il primo inganno: credere che esistano omicidi più significativi di altri.
I dati dicono che in Italia, nel 2023, gli omicidi volontari sono stati 334: 217 vittime uomini e 117 donne. Di queste ultime, 63 sono state uccise da partner o ex partner. Percentuale drammatica, ma stabile negli anni. Nel 2022 erano 61 su 126. Nel 2021 circa 70 su 119. In media, da dieci anni, oltre la metà delle donne uccise lo è per mano di un uomo che conosceva. Poi c’è l’altra metà della storia, quella che non diventa hashtag: gli uomini uccisi da donne. Nel 2023 sono 12, nel 2022 poco più del 5% dei casi totali. Di meno numericamente, certo, 63 contro 12.
Moralmente, nessuna differenza. Perché un coltello nel torace ha lo stesso peso anche se lo impugna una mano femminile.
Il primo inganno mentale è il bias della disponibilità. La mente seleziona le immagini più forti. Un titolo su una donna uccisa dal compagno attiva emozione, paura, indignazione. Un titolo su un uomo ucciso dalla moglie attiva curiosità morbosa o ironia. Il cervello memorizza il primo, rimuove il secondo. Così nasce l’illusione statistica: sembra che gli uomini uccidano sempre e le donne non lo facciano mai. In realtà le donne sono autrici di circa il 6–8% degli omicidi. Poche, sì, ma non nulle.
Il secondo è il bias del framing. Chiamare un delitto “femminicidio” modifica il modo in cui lo percepiamo. La parola contiene già la sentenza morale e l’identità dell’autore: “uomo colpevole”. La realtà è più complessa. L’omicidio di una donna non è sempre un atto di dominio maschile, così come l’omicidio di un uomo non è sempre un conflitto di potere. Il linguaggio incornicia i fatti e il frame “femminicidio” sposta l’attenzione dalla violenza in sé alla narrazione ideologica della violenza. Il risultato è che la stessa morte pesa di più o di meno a seconda del sesso della vittima. Una distorsione semantica che diventa distorsione etica.
Il terzo è il bias di conferma. Chi è convinto che viviamo in una società patriarcale violenta cercherà nei dati solo ciò che conferma questa idea.
Quando ISTAT pubblica che l’88,9% delle donne uccise ha un assassino uomo, la statistica diventa subito prova del patriarcato.
Quando però si legge che il 93% di tutte le vittime complessive ha un assassino uomo, il dato scompare dalle analisi.
Lo stesso schema si ripete: si estrapola il pezzo che serve, si ignora il resto. È come leggere Tucidide a metà e credere che la guerra del Peloponneso sia colpa di un solo popolo.
Il quarto è il bias della proporzione. Il cervello umano non ragiona in proporzioni ma in emozioni. Sessantatré donne uccise dal partner suona immenso, anche se rappresenta meno del 20% del totale degli omicidi in Italia. L’indignazione selettiva diventa un anestetico morale: ci sconvolge solo ciò che si allinea al racconto dominante. Tutto il resto, i figli uccisi dalle madri, i padri accoltellati, i nonni bruciati vivi, viene derubricato a “altri casi”.
Il quinto è il bias dell’etichetta. Il termine “femminicidio” è nato per denunciare un fenomeno reale, la violenza domestica e affettiva. Poi è diventato una categoria mediatica, un marchio ideologico, un’etichetta che divide le morti in serie A e serie B.
Chi rifiuta questa parola non nega la violenza, la vuole universalizzare.
Ogni omicidio è un fallimento sociale, indipendentemente da chi tiene il coltello. Parlare di “femminicidio” come se fosse un genere a parte crea il paradosso opposto: l’idea che la vita di una donna meriti una tutela linguistica speciale. La giustizia, invece, non ha sesso.
Negli ultimi dieci anni le donne vittime oscillano fra 111 e 149 l’anno, gli uomini fra 200 e 250. Le autrici donne restano una minoranza costante, tra il 6 e l’8%. Le vittime donne uccise da partner o ex rappresentano circa il 50–60% delle vittime femminili, cioè circa 60 casi all’anno. Numeri che non ridimensionano il dolore, ma restituiscono la misura.
Se un uomo uccide una donna, il paese si ferma. Se un uomo uccide un altro uomo, si cambia canale. Abbiamo costruito una gerarchia del male basata sull’identità dell’assassino.
È una distorsione morale, non statistica.
Curioso notare come nel periodo in cui si predica l’inclusione si continui a dividere anche la morte in categorie, come se esistessero omicidi neutri e omicidi di genere.
Non serve negare il termine “femminicidio” per disprezzare chi uccide una donna.
Serve negarlo per rispetto di chiunque venga ucciso. La giustizia non si misura con le quote di genere, ma con il sangue che scorre.
Finché continueremo a contare le vittime dividendo per sesso, continueremo a sbagliare l’equazione morale.
I numeri non hanno genere. Le colpe sì, ma quelle sono sempre umane.
Fonti:
ISTAT, Vittime di omicidio – Anni 2016–2023
EURES, L’omicidio volontario in Italia
Infodata – Il Sole 24 Ore, Report 2024
Pagella Politica, Fact checking femminicidi 2024

