Sab. Set 26th, 2026

Il caro bollette che non c’è più, ma c’è chi continua a venderlo come se fosse eterno

Il caro bollette che non c’è più, ma c’è chi continua a venderlo come se fosse eterno

Da tempo si parla di caro bollette come se fosse una condizione permanente.
Un rumore di fondo costante. Una paura normalizzata.

Il problema è che questa emergenza, oggi, non esiste più nei numeri.

Esiste nel racconto.

I dati del mercato elettrico italiano, osservati su una serie storica lunga e non su singoli picchi emotivi, raccontano che il vero shock è già avvenuto. Tra il 2021 e il 2022, ed è rientrato.

Continuare a parlare di crisi strutturale non è un errore di lettura. È una scelta narrativa.

Da mesi i principali media raccontano un Paese ancora schiacciato dal caro bollette.
Un’emergenza permanente. Una crisi strutturale. Un mercato fuori controllo.

I numeri raccontano un’altra storia.

Chi osserva l’andamento del PUN, il prezzo all’ingrosso dell’energia elettrica, sa che il vero shock non è oggi. È già avvenuto. Ed è terminato. I dati richiamati si basano su serie storiche ufficiali del mercato elettrico italiano, osservate su un arco temporale pluriennale e lette in termini comparativi, non puntuali.

Tra l’estate e l’autunno del 2021 il mercato elettrico europeo entra in una fase anomala. I prezzi iniziano a salire prima della guerra, prima delle sanzioni, prima di ogni narrazione bellica utile a spostare l’attenzione. La causa è una reazione post Covid violenta, alimentata da una domanda che riparte tutta insieme, da un mercato del gas già sotto tensione e da un sistema di formazione dei prezzi che amplifica ogni scossone. Nel 2022 il PUN esplode e tocca livelli mai visti, cinque o sei volte superiori alla media storica. Quello era un caro energia reale. Uno shock sistemico.

Gli shock, per definizione, non sono strutturali.

Dal 2023 il prezzo rientra. Nel 2024 si stabilizza ulteriormente. Oggi il PUN si muove su livelli che, osservati su una serie storica lunga, risultano coerenti con le fasi alte del mercato pre Covid. I livelli attuali restano superiori ai minimi del 2020, ma risultano coerenti con le fasi alte storiche del mercato liberalizzato. Il confronto con il periodo 2011-2020 è impietoso per chi continua a parlare di catastrofe permanente. La media storica del mercato liberalizzato resta intorno ai 55-60 €/MWh. Escludendo il biennio 2021-2022, i prezzi attuali non rappresentano una rottura strutturale, ma una normalizzazione che incorpora inflazione e nuovi equilibri di sistema.

Per capire perché lo shock sia stato possibile serve però un passaggio ulteriore, spesso ignorato nel dibattito pubblico.

Il mercato elettrico europeo utilizza il cosiddetto sistema di prezzo marginale. In questo modello l’energia non viene pagata in base al costo di ciascuna fonte, ma tutta allo stesso prezzo, determinato dall’ultima fonte necessaria a soddisfare la domanda. Questa fonte è detta marginale. Da anni, e ancora oggi, la fonte marginale è quasi sempre il gas.

Ciò significa che l’energia prodotta da fonti rinnovabili, dall’idroelettrico o dal nucleare importato, pur avendo costi di produzione molto più bassi, viene remunerata allo stesso prezzo dell’energia prodotta dalle centrali a gas quando queste entrano in funzione per coprire l’ultimo tratto di domanda.

Il sistema non nasce per favorire qualcuno. Nasce per garantire sicurezza. Serve ad assicurare che l’ultima centrale, quella che entra in funzione nei momenti di picco, abbia sempre un incentivo economico a produrre. Senza questo meccanismo il rischio sarebbe la mancanza di offerta nei momenti critici. Il prezzo marginale non è un errore di progettazione. È una scelta.

Il problema emerge quando una sola tecnologia, il gas, diventa strutturalmente dominante come fonte marginale. In quel caso ogni tensione sul gas, anche temporanea, viene amplificata su tutto il prezzo dell’elettricità. È ciò che è accaduto tra il 2021 e il 2022. Non perché tutta l’energia costasse di più produrla, ma perché il sistema pagava tutta l’energia come se fosse gas.

Questo spiega perché l’esplosione dei prezzi sia stata così rapida e violenta, e perché sia stata possibile anche in presenza di una quota crescente di rinnovabili. Il prezzo marginale non distingue tra fonti pulite e fonti fossili. Distingue solo tra ciò che è necessario e ciò che è già disponibile.

Qui si innesta il vero tema strategico, spesso assente dal dibattito politico. Il futuro del mercato elettrico non si gioca sullo slogan del disaccoppiamento, ma sulla capacità di ridurre il peso del gas come fonte marginale. Accumuli, flessibilità della domanda, reti adeguate. Senza questi elementi, qualsiasi promessa di scollegare elettricità e gas resta una formula politica, non una soluzione tecnica.

Qui nasce il primo corto circuito comunicativo.

I media parlano di bollette, ma citano l’energia.
Il PUN non è la bolletta, ma è la componente che guida la dinamica del costo della materia energia ed è su questa che si fonda la narrazione dell’emergenza. La bolletta finale include oneri di sistema, costi fissi, imposte, contratti sottoscritti mesi prima e coperture finanziarie adottate dai fornitori. La discesa del prezzo all’ingrosso non si trasferisce in modo immediato e simmetrico al cliente finale. Trasformare questo ritardo tecnico in una narrazione di crisi infinita è una scorciatoia. Comoda, ma falsa.

Una semplice comparazione tra due bollette reali, stesso cliente e stessi consumi, ha recentemente prodotto una reazione rivelatrice. Le citazioni riportate di seguito sono estratte e sintetizzate da commenti pubblici comparsi in una discussione online, riportate in forma anonima e fedele nel contenuto. Non una discussione sui numeri, ma una difesa del perimetro.

Un commentatore ha scritto: «Il problema non è il prezzo dell’energia, ma l’etica di chi la vende. Stiamo parlando di un bene essenziale, non di un servizio qualsiasi». Il dato non viene contestato. Viene spostato sul piano morale, come se l’aritmetica avesse bisogno di legittimazione etica per essere mostrata.

Un altro intervento ha sostenuto che «la comparazione tra bollette è fuorviante se non tieni conto di tutte le componenti regolatorie: trasporto, gestione del contatore, oneri di sistema, perdite di rete e imposte». Le componenti citate sono reali, ma identiche a parità di POD e periodo. Usarle per invalidare un confronto sulla materia energia significa aggirare il punto, non confutarlo.

C’è chi ha osservato che «senza conoscere il profilo del cliente e il contesto contrattuale, questi confronti rischiano di creare confusione e disinformazione». Anche qui il numero non viene negato. Viene messo in discussione il diritto stesso di mostrarlo.

Un altro commento ha avvertito che «questo tipo di comunicazione rischia di danneggiare l’immagine del settore e di chi ci lavora seriamente». La verità diventa un problema reputazionale. Il fastidio non nasce dall’errore, ma dalla trasparenza.

Qualcuno ha invocato l’autorità formale: «L’energia non è una materia da trattare sui social con esempi semplicistici, servono competenze certificate». La certificazione viene usata come barriera, non come strumento di verifica.

Altri hanno spostato la responsabilità sul pubblico: «Attenzione a banalizzare il mercato libero, perché le persone potrebbero prendere decisioni sbagliate». In questa logica non è l’asimmetria informativa a produrre errori, ma l’accesso al dato stesso.

La frase più rivelatrice resta questa: «Il rischio è che messaggi di questo tipo inducano le persone a pensare che cambiare fornitore sia sempre la soluzione». Il timore non è l’errore, ma la perdita di controllo sulla decisione del cliente.

Su questa semplificazione si innesta la politica.

Quando Elly Schlein indica nel disaccoppiamento tra gas ed elettricità la soluzione e cita Spagna e Portogallo come modello, non sta descrivendo un fatto, ma uno slogan. La critica non riguarda l’appartenenza politica, ma l’uso improprio di esempi tecnici come se fossero soluzioni già operative. L’eccezione iberica non è mai stata un disaccoppiamento strutturale. È stata una deroga temporanea, autorizzata in condizioni eccezionali, limitata nel tempo e nello spazio. In Europa non esiste oggi un mercato elettrico stabilmente disaccoppiato dal gas. Presentarlo come se fosse una soluzione già pronta e replicabile non è analisi energetica, ma propaganda.

Il problema, però, non si ferma alla politica.

La narrazione del caro bollette eterno viene utilizzata con ancora maggiore sistematicità nel mercato. Le figure descritte non si riferiscono a singole persone, ma a pratiche diffuse nel settore. Qui prosperano soggetti che occupano lo spazio tra informazione e vendita, presentandosi come tecnici neutrali mentre operano come terminali commerciali.

Il plurimandatario travestito da broker è la figura più evidente. Il tema non è il plurimandato in sé, ma l’uso della paura come leva commerciale. Il suo perimetro non è il mercato, ma il catalogo dei mandati che lo remunerano. Il cambio diventa l’obiettivo, non lo strumento.

Il consulente che si definisce indipendente spesso non lo è da nulla se non dal cliente. L’energy manager viene ridotto a facilitatore contrattuale. L’esperto regolatorio viene evocato per giustificare urgenze che la regolazione, per sua natura, non produce.

Il filo rosso che unisce queste figure è l’asimmetria informativa. Più il contesto viene raccontato come caotico, più chi offre una via d’uscita appare necessario. Il problema è che quella via d’uscita coincide quasi sempre con un nuovo contratto, firmato in fretta, senza analisi comparativa reale e senza responsabilità nel tempo.

Cambiare fornitore può essere utile, neutro o svantaggioso, a seconda dei casi. La tesi qui sostenuta è che il cambio non può essere giustificato dalla paura.

La consulenza vera fa l’opposto. Raffredda. Contestualizza. Spiega che non sempre cambiare conviene. Analizza bollette reali, non slide generiche. Assume una responsabilità che dura oltre la firma.

L’inflazione esiste ed è parte del gioco economico. Un’inflazione moderata non è il male assoluto. La deflazione, al contrario, è un veleno lento che blocca investimenti, congela consumi e rende il debito più pesante. Confondere un normale aggiustamento dei prezzi con un’emergenza energetica permanente impedisce di affrontare il problema con strumenti adeguati.

Il caro energia vero è stato uno shock. È passato.
Oggi restano strascichi contrattuali e una narrazione che continua a fare comodo a molti.

Non a chi paga le bollette.

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