// di Francesco Cataldo Verrina //

Il progetto Nexus nasce nel 1981 dall’incontro tra Tiziano Tononi (batteria, percussioni e gong) e Daniele Cavallanti (sax tenore) con l’intento di esplorare gli impervi territori del jazz d’avanguardia e post-modale, partendo da una mercuriale analisi e conoscenza della musica e della cultura afro-americana. Il progetto si è evoluto negli anni con nuovi innesti nel line-up, ma ciò che colpisce dell’indole sonora del tandem Tononi-Cavallanti è la loro indipendenza espressiva. Da sempre, gli ensemble guidati dai due soci di maggioranza della ditta Nexus mettono in luce un’autonomia di movimento ed una libertà di manovra, tanto da renderli unici. La traiettoria sonora, proposta attraverso una ricca varietà di sfumature, trascina l’ascoltare sul terreno della multiculturalità musicale, frutto di una perenne contaminazione, che non strappa mai le radici della tradizione jazzistica afro-americana:. L’incontro tra culture differenti diventa il motore mobile dell’album.: dal limaccioso blues del Delta ai sulfurei bollori dell’avanguardia contemporanea, passando dall’armolodia ornettiana, al caos sotto libertà vigilata di Roland Kirk, dal Coltrane post-modale alle musiche del Sud del mondo.

I Nexus arrivano sul mercato con il loro undicesimo album che, pur muovendo dai primigeni punti di ancoraggio fissati dai due band-leaders, almeno come approccio alla materia, porta il fruitore a riflettere sulla contemporaneità offrendogli una prospettiva sonora interattiva e multitasking. Il progetto festeggia i suoi primi quarant’anni di attività con la pubblicazione di «The Call: For A New Life», un titolo emblematico che suona come una dichiarazione d’intenti. Il legame con il passato è saldo, ma le novità non mancano, anche nella formazione, dove la continuità è garantita dallo zoccolo duro della band. Tony Cattano al trombone e Luca Gusella al vibrafono costituiscono i nuovi innesti, in una formazione solidificata da Cavallanti e Tononi, dal violinista Emanuele Parrini e dalla contrabbassista Silvia Bolognesi, tutti elementi dalla compatibilità musicale ampiamente collaudata da innumerevoli esperienze comuni.

Portato sul mercato dalla Felmay Records «The Call: For A New Life» è un album che consente all’ascoltatore di immergersi in un flusso musicale, caratterizzato da una vibrante tensione superficiale e da un profondo substrato ritmico. Già l’opener, «5 4 3 2 (The Milano Post Pandemic Easy Version», aperto dalla potente spinta del drumming incessante di Tononi ed impreziosito dal vibrafono di Mirra, stordisce il fruitore comune, nondimeno il critico, con un sound potente, magmatico ed intenso trascinandolo letteralmente in un viaggio inaspettato. Vecchi e nuovi esponenti del Nexus team risultano aperti a cogliere stimoli e suggerimenti provenienti sia dal materiale scritto che dall’interazione dalle dinamiche improvvisative interne al gruppo, dove (come già sottolineato) neppure l’ascoltatore ha mai un ruolo subalterno e passivo. Il disco raggiunge il climax con la siderurgica «Honet Redux» in cui il line-up mette in mostra tutta la sua inarrestabile potenza di fuoco, guidata da una genialità espressiva non comune. Più che di interplay, si potrebbe parlare di by-play, ossia di una comunicazione aperta, multiforme e circolare, che partendo da un focus centrale, ruota liberamente passando da uno snodo armonico all’altro, consentendo all’ensemble di battere terrori improvvisativi mai praticati prima e di svelare nuove formule tematiche di tipo melodico. Le adamantine progressioni ritmico-armoniche di «Walkin’, The Crossing Of The Lifeline. (For Leonard Peltier)» mettono in bella mostra gli assoli di Silvia Bolognesi al contrabbasso ed Emanuele Parrini al violino.

I sette brani della tracklist scaturiscono da accurato lavoro bidimensionale, basato sulla messa in evidenza dell’ apporto dei singoli, quanto su una perfetta distribuzione dei reagenti chimico-sonori atti a stimolare la coralità d’intenti e lo scambio dialogico. Con l’intensa ballata «J.G.» e l’irresistibile tragitto ad ostacoli sviluppato in «S.O.S.», il percorso dell’album si sposta su una dimensione evocativa, mentre Daniele Cavallanti impartisce una vera lezione, ad altissimi livelli, di sintassi e modularità espressiva post-coltrane. È come vagare in labirinto senza troppe indicazioni, tra incroci, ostacoli, trabocchetti e passaggi sonori calati una dimensione multi-etnica che, sia pur basata sui principi fondativi del jazz e della blackness, non manca di imprevedibili deviazioni di percorso. Ancora un cambio di passo con la suggestiva suite «Cherokee Blood/The Trail Of Tears» dedicata a Jimi Hendrix, a John Trudell e all’A.I.M (American Indian Movement); non a caso la lunga escursione ritmica introduttiva cita liberamente la musica dei Nativi Americani, così come echi del loro tradizione percussiva sono presenti in tutte le maglie del brano suddetto. In chiusura «5 4 3 2» , quasi il desiderio di ottenere la quadratura del cerchio, ricollegandosi all’iniziale punto di partenza, ma non per chiudere il cerchio, questo è solo un altro rito di passaggio, o porre fine ad a un viaggio artistico senza soste, iniziato più di quarant’anni fa da Tononi e Cavallanti, ma solo al fine di preparare le carte nautiche per una nuova esplorazione. Metafore a parte, «The Call: For A New Life» dei Nexus è l’haute couture del jazz italiano. Oggidì, in passerella ci sono pochi abiti jazz con tali stoffe, c’è poco di questi tessuti sonori e di tale pregiata lavorazione musicale, sia oltre Oceano che oltre Manica.

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