// di Francesco Cataldo Verrina //

Quando i Police irruppero sulla scena mondiale frequentavo l’ultimo anno del liceo, eppure sembrava l’altro ieri. Anno di grazia 1978, conducevo un programma di musica rock in una delle tante radio «libere» (all’epoca si chiamavano così) che pullulavano l’etere nostrano. Ero ancora inconsapevole che quello sarebbe diventato il mio lavoro e che mi avrebbe portato ad operare a 360° gradi nel mondo della discografia. Nello stesso anno, mentre il punk consumava gli ultimi fuochi fatui, a ridosso delle festività natalizie arrivò in radio l’album di un gruppo inglese, dal titolo «Outlandos D’Amour». I rappresentanti legali del progetto, che agivano sotto il marchio The Police, costituivano un trio formato da Sting bassista e cantante, pseudonimo di Gordon Matthew Thomas Sumner, Stewart Copeland batterista, americano di stanza a Londra e Gordon Summers chitarrista, di dieci più vecchio degli altri due, il quale alla fine del decennio precedente aveva suonato con Eric Burdon e The New Animals. Nessuno di noi sapeva realmente chi fossero suddetti personaggi, a parte le succinte note della casa discografica. Ciò che colpiva era quella miscellanea di rock, blues, punk stilizzato e reggae ben amalgamati e sostenuti da un ritmica, per l’epoca, non convenzionale, giocata sovente in ritardo ed in levare con reiterati raddoppi di tempo e sfumature poliritmiche che facevano pensare ad un background di tipo jazz. Nel 1976 avevo ricevuto il «battesimo di Umbria Jazz», trovandomi a Perugia, dove mia sorella ed i miei cugini studiavano giurisprudenza. All’epoca non avrei mai immaginato che, in qualche maniera, Umbria Jazz e soprattutto l’artefice di quel metodo percussivo cosi all’avanguardia potessero avere qualcosa in comune o incontrarsi.

Invece non c’è da stupirsi se oggi Stewart Copeland, sia uno dei nomi in cartellone dell’imminente edizione di UJ 2023, soprattutto considerando il suo curriculum e quanto egli ha sviluppato e prodotto dopo l’avventura con i Police. L’esperienza «in polizia» fu alquanto fugace, ed i tre sodali condensarono il meglio nell’arco di cinque anni e cinque album di studio, specie a causa delle velleità solistiche di Sting, il quale prima di approdare ad un pop di lusso, rimarcò il suo interesse per il jazz e la fusion con un paio di dischi epocali. Per verità storica va detto che nei primi quattro album dei Police è racchiusa e contenuta in nuce già tutta quella che è ancora oggi la «macchina ritmica» di Stewart Copeland, il quale si esibirà all’Arena Santa Giuliana di Perugia il 14 luglio 2023, suscitando le solite sterili polemiche di quanti non ne conoscono l’operato nell’arco degli ultimi quarantanni ed ignorano il significato di jazz espanso. Se immaginiamo il vernacolo jazzistico come una tabella chimica in cui sono posti vari elementi combinabili, ci si accorge che tali componenti nel corso dei decenni si sono moltiplicati, sviluppando una molteplicità di reazioni possibili, specie dopo l’avvento di quella che negli anni Settanta veniva indica come jazz-fusion. In progressione, col trascorre del tempo ed il succedersi delle tendenze, fino a giungere a questo scorcio di terzo millennio, il jazz, genere di per sé meticcio e permeabile, ha assorbito un’infinità di nuovi elementi sintattici ed espressivi. Non sempre tutto ciò è stato un bene: esiste sempre una parte di jazz conservativa e straight-ahead che opera all’interno del cosiddetto modern mainstream. Per il resto, nell’ambito del jazz contemporaneo, o sedicente tale, accade e può succedere tutto o il contrario di tutto. Mi esimo dall’esprimere al mia personale posizione, che quanti mi leggono da anni sanno essere tradizionalmente afro-centrica. Aggiungo solo che nell’ambito del jazz moderno (spesso indicato come bebop, hard bop, post-bop sulla base delle varie caratterizzazioni), dal secondo conflitto mondiale in avanti, ossia dagli anni Quaranta in poi, tutto ciò che riguarda la contaminazione, l’avanguardia e la sperimentazione, ha consentito al jazz stesso di fortificarsi e sopravvivere.

Ritornando ai Police, che furono l’alveare in cui Stewart Copeland ha imparato a secernere il meglio della sua arte percussiva, va detto che quel primo album, «Outlandos D’Amour» è stato fortemente rivalutato in epoche successive: nel 2012 Rolling Stone l’ha inserito nella classifica dei 500 migliori album di tutti i tempi, alla posizione numero 428. Sempre la rivista Rolling Stone, nel 2013, l’ha posizionato fra i dischi d’esordio al numero 38 dei Top 100. L’album che al primo impatto appariva com un surrogato di punk rock liofilizzato, privo della rabbia dei Sex Pistols e arricchito da influenze ritmiche terzomondiste e afro-reggae, conteneva tutte le peculiarità di quel suono che avrebbe segnato il brand del gruppo e il loro tratto stilistico. Per via delle tematiche trattate la BBC si rifiutò di passare i primi due singoli «Roxanne» e «Can’t Stand Losing». Per contro il tour negli Stati Uniti tributò onori e gloria a tre poliziotti, in particolare «Roxanne» divenne una hit nell’airplay radiofonico statunitense, tanto che l’A&M Records decise ripubblicarlo come singolo anche nel formato maxi per le discoteche, riuscendo a valicare le classifiche di tutto il mondo ed a raggiungere il sesto posto delle charts britanniche nell’aprile del ’79, con buona pace dei maggiorenti dell BBC, i quali non poterono far altro che riconoscere la loro poca lungimiranza. Come si dice: nemo propheta acceptus est in patria sua. Nei mesi successivi il trio consolidò la propria notorietà internazionale pubblicando il 5 ottobre del 1979, sempre per l’A&M Records, un secondo album, «Reggatta De Blanc», destinato a diventare uno dei dischi più acclamati della storia della musica di consumo del Novecento, Italia compresa, nonché il climax della loro breve discografia. In particolare due singoli, «Message In Battle» e «Walking On The Moon», diventeranno dei veri propri tormentoni nella programmazione radiofonica di mezzo mondo; perfino l’intrigante «The Bed’s Too Big Without You» farà la parte del leone nelle preferenze dei DJs e delle radio. Secondo la stampa britannica dell’epoca, il titolo dell’album poteva essere inteso come una sorta di storpiatura francese di «reggae per i bianchi». Un attento ascolto, al di là delle congetture sul titolo, denotava un più marcato interesse per le sonorità giamaicane, che in quel periodo nel Regno Unito, grazie a Bob Marley e alla forte presenza di immigrati antilliani, stava influenzando molti gruppi britannici, dediti ad un melting-pot sonoro basato sull’ibridazione. In «Reggatta De Blanc», scomparvero gli ultimi residui di punkmania, ossia quella voglia di riottoso esibizionismo giovanilistico pseudo-trasgressivo, specie nei testi. I Police erano tre musicisti veri: singolare la voce di Sting con le sue sfumature intrise di blackness, efficace la chitarra di Andy Summers con il suo bagaglio di esperienza legata al rock classico, ma era la componente ritmica che li caratterizzava e li rendeva unici nel caotico panorama di quel tempo. Gli anni Ottanta erano, però, alle porte pronti a sconvolgere i piani del triunvirato, con tutto un corollario di contraddizioni e contaminazioni. Ascoltando attentamente i dischi del trio si aveva come l’impressione che la batteria di Stewart Copeland fosse il vero motore mobile del progetto, oltrepassando il semplice comping e comportandosi spesso come una «voce» solista, proprio come avveniva all’interno delle partiture jazzistiche.

Nell’ottobre del 1980, i Police diedero alle stampe il loro terzo lavoro dal titolo ancora piuttosto criptico, «Zenyatta Mondatta», in cui la componente ritmica si mostrava più scarna, quasi un drum’n’bass essenziale, ma i tre «agenti» avevano imparato a sconfiggere la diffidenza delle classifiche; così altri due singoli entreranno presso nella storia: «Don’t Stand So Close to Me» e «De Do Do Do, De Da Da Da». Quest’ultimo, nello specifico, con un titolo onomatopeico, divenne l’epitome percussiva di Stewart Copeland. In quei giorni tutti partirono alla ricerca del significato di «Zenyatta Mondatta», titolo composto da due parole inventate dai tre sodali, che rimandano allo Zen, all’attivista politico Jomo Kenyatta, alla parola francese «monde” e, per assonanza, al precedente «Reggatta». I Police sembravano un macchina inarrestabile, ma nei successivi due album scomparvero definitivamente tutti residui di reggae ed affini, mentre Stewart Copeland e compagni si avvicinavano alle nuove frontiere della sperimentazione elettronica ispirata alla dilagante new wave, attraverso un minimalismo a volte cupo, perfino nelle liriche, con l’entrata in scena dei sintetizzatori e di un atipico sassofono suonato dallo stesso Sting. «Ghost In The Machine, questa volta l’album aveva un titolo chiaro ed inequivocabile. In quello scorcio di anni Ottanta le macchine e la tecnologia sembravano prendere il sopravvento sull’uomo e sui sentimenti. In verità erano solo manovre di mercato e abilità nel cavalcare l’onda, che andrà ad infrangersi presto sugli scogli di «Synchronicity» del 1983 che, nonostante gli innumerevoli riconoscimenti, denotava una certa stanchezza e routine compositiva, a parte un paio di singoli di successo come «Every Breath You Take» e «Wrapped Around Your Finger». In quest’album molto lavoro era basato sulle sovraincisioni ed affidato ai sintetizzatori. Nonostante il successo mondiale, Greatest Hits ed album dal vivo, sembrava che i Police non avessero più nulla da dire: presto le loro strade si divideranno. Dopo lo scioglimento del trio, Stewart Copeland si è impegnato in molteplici collaborazioni, specie come autore di colonne sonore. Tra i momenti più significati della sua nuova carriera c’è da sottolineare l’esperienza con gli Animal Logic, gruppo fondato nel 1989 insieme al bassista jazz Stanley Clarke ed alla cantante Deborah Holland; non meno interessante risulta la partecipazione al supergruppo rock Gizmodrome, creato nel 2017 insieme a Mark King (Level 42), Adrian Belew (Talking Heads, King Crimson) e Vittorio Cosma (PFM), ma la lista sarebbe davvero interminabile. Non tutti lo sanno ma Stewart Copeland, a partire dal 2004, collabora attivamente con l’ensemble Notte della Taranta nel Salento, dove è diventato di casa, tanto da avere la cittadinanza onoraria di Melpignano. Tutto ciò conferma la costante ricerca del batterista anglo-americano e l’amore per le strutture ritmiche più disparate. Stewart Copeland «Police Deranged For Orchestra», il 14 luglio alle ore 21.00, sarà a Perugia all’Arena Santa Giuliana, dove l’estroso batterista proseguirà il tour mondiale iniziato in California. Per l’occasione Copeland verrà affiancato dall’Umbria Jazz Orchestra in collaborazione con l’Orchestra da Camera di Perugia. Forse mettendo da parte ogni pre-concetto e lasciando a casa l’antica querelle jazz o non-jazz, il 14 luglio potrebbe essere l’occasione per scoprire un eccellente batterista tout-court capace di districarsi abilmente in un territorio jazzistico e sinfonico e non più solo il «ragazzo» americano cresciuto in Inghilterra che con il suo kit percussivo e il distintivo da poliziotto faceva… Do Do Do, De Da Da Da…

Stewart Copaland

www.doppiojazz.it

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