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Le verità sospese

Le verità sospese

Quattro omicidi, quattro processi, un’unica certezza

✍️ Andrea Coscia

C’è un paradosso che attraversa la giustizia italiana degli ultimi trent’anni. Nei casi più seguiti, più discussi e più commentati, l’unica cosa rimasta certa sono i morti. Le vittime. Tutto il resto, dalle prove ai colpevoli fino alle sentenze, si è dissolto nel tempo, nella confusione e nella memoria collettiva. Quattro delitti, quattro epoche diverse, un unico filo che li unisce: l’illusione di sapere.

Sinnai, 1991. È mattina presto. In un ovile isolato vicino a Cuile Is Coccus, tre pastori vengono uccisi a colpi di fucile. Si chiamano Gesuino Fadda, Giuseppe Fadda e Ignazio Pusceddu. L’unico superstite, Luigi Pinna, è ferito ma vivo. Nei primi verbali dice di non aver riconosciuto nessuno. Poi, dopo settimane di silenzio, afferma di ricordare. Riconosce Beniamino Zuncheddu, un pastore che conosceva appena. Non esistono armi, non esistono impronte, non esiste un movente. Esiste solo quella testimonianza, viziata da una procedura errata, perché il riconoscimento avviene dopo che a Pinna è stata mostrata la foto di Zuncheddu. È una forma di suggestione che oggi chiameremmo condizionamento cognitivo, ma all’epoca basta per condannare.

Il processo viene istruito dal giudice istruttore Mario Rossi davanti alla Corte d’Assise di Cagliari. L’accusa è rappresentata dal pubblico ministero Antonio Pinna. La difesa, affidata all’avvocato Franco Cossu, denuncia da subito l’inconsistenza delle prove. Zuncheddu viene condannato all’ergastolo, pena confermata in appello e in Cassazione. Trascorre trentatré anni in carcere. Nel 2024 la Corte d’Appello di Roma, presidente Massimo Di Lauro, lo assolve per non aver commesso il fatto. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio annuncia un’indagine interna, ma nessun magistrato viene mai sanzionato.

Sedici anni dopo, a Garlasco, la storia si ripete con un linguaggio diverso ma con la stessa distorsione. È il 13 agosto 2007. Chiara Poggi, ventisei anni, viene trovata morta sulle scale di casa. Il fidanzato, Alberto Stasi, è il primo a chiamare i soccorsi, ma diventa subito l’unico indagato. Il fascicolo è assegnato al procuratore capo di Vigevano, Francesco Di Maio, e ai pubblici ministeri Rosa Muscio e Giorgio Reposo. Le indagini vengono coordinate dai carabinieri di Vigevano e dal RIS di Parma.

Non c’è sangue sulle scarpe di Stasi, non ci sono impronte compatibili, ma ci sono tabulati telefonici incompleti, immagini fotografiche incoerenti, un’impronta sconosciuta chiamata 33 mai attribuita con certezza. Il computer dell’imputato mostra orari contraddittori, i soccorritori entrano senza protezioni, la scena del crimine viene contaminata. Ogni perizia smentisce la precedente. In primo grado, nel 2009, Stasi viene assolto dal giudice Stefano Vitelli. Nel 2011 la Corte d’Appello di Milano conferma l’assoluzione, presidente Barbara Bellerio, ma nel 2013 la Cassazione annulla tutto e ordina un nuovo processo. Nel 2015 la Corte d’Appello di Milano, presidente Giancarlo Giusti, condanna Stasi a sedici anni. La Cassazione, sezione penale presieduta da Antonio Esposito, conferma la sentenza nel 2016.

Nel 2025 la procura di Pavia riapre il fascicolo su un altro nome, Andrea Sempio, amico della vittima, dopo l’emersione di una nuova impronta e di un’indagine sul padre per corruzione. La verità diventa una spirale infinita di atti, ricorsi e ipotesi.

A Garlasco, come a Sinnai, il meccanismo è identico. Si parte da un sospetto, si costruisce un racconto, poi si cercano le prove per confermarlo. È il modo in cui il cervello umano difende la propria coerenza. Non sopporta il vuoto logico, lo riempie di colpevoli.

Nello stesso anno, a Perugia, una studentessa britannica viene uccisa nella casa che condivide con altre ragazze. Meredith Kercher ha ventuno anni. L’indagine è condotta dal pubblico ministero Giuliano Mignini e dalla polizia scientifica di Roma. Gli indagati sono Amanda Knox, Raffaele Sollecito e Rudy Guede. La prima sentenza, nel 2009, condanna Knox e Sollecito a ventisei e venticinque anni, giudici Paolo Micheli e Massimo Ricciarelli. Guede sceglie il rito abbreviato e ottiene sedici anni.

Il coltello indicato come arma del delitto non combacia con le ferite. Il gancio del reggiseno viene ritrovato dopo quarantasei giorni di sopralluoghi. Le prove genetiche risultano alterate da contaminazioni. La porta della stanza, chiusa o aperta, cambia stato a seconda del verbale. Amanda Knox viene interrogata per quattordici ore senza avvocato né interprete e accusa un innocente. La Corte europea condannerà poi l’Italia per violazione dei diritti della difesa.

Nel 2011 la Corte d’Appello di Perugia, presidente Claudio Pratillo Hellmann, assolve i due imputati. Nel 2014 la Cassazione, presidente Antonio Esposito, annulla la sentenza e ordina un nuovo giudizio. Nel 2015 la Quinta Sezione Penale, presidente Gennaro Marasca, li assolve definitivamente. L’unico condannato resta Rudy Guede, scarcerato nel 2021.

La cronaca si trasforma in spettacolo. Le foto del corpo circolano sui tabloid, i giornali stranieri parlano di processi medievali, la giustizia italiana diventa materia di intrattenimento globale. Come a Garlasco, anche qui la scena del crimine cambia di stato a ogni verbale. Come a Sinnai, una testimonianza sbagliata altera tutto. Come accadrà a Brembate, la scienza viene usata come bandiera ideologica più che come strumento di verifica.

Il 26 novembre 2010, a Brembate di Sopra, Yara Gambirasio, tredici anni, scompare dopo la palestra. L’inchiesta è diretta dal pubblico ministero Letizia Ruggeri e affidata ai carabinieri del RIS di Parma. Il corpo viene ritrovato tre mesi dopo in un campo. L’indagine più grande della storia italiana inizia da un capello e da un frammento di DNA. Vengono raccolti ventiduemila campioni genetici. L’obiettivo è trovare Ignoto 1. L’identificazione di Massimo Giuseppe Bossetti arriva nel 2014, dopo tre anni di analisi. Il profilo genetico corrisponde in parte, ma il campione è minimo, la catena di custodia incompleta, la conservazione dei reperti non certificata. Il video del furgone dell’imputato, mostrato come decisivo, si rivela poi una ricostruzione per la stampa. Il movente non emerge mai, ma l’ergastolo arriva lo stesso.

La Corte d’Assise di Bergamo, presidente Antonella Bertoja, lo condanna nel 2016. L’appello, presieduto da Enrico Fischetti, conferma la pena. La Cassazione, presidente Aldo Cavallo, la rende definitiva nel 2018. Bossetti si dichiara ancora innocente e chiede nuovi test sul DNA. La procura rifiuta.

La fede nel DNA ha sostituito la logica. Come a Perugia, il laboratorio prende il posto della riflessione. Come a Garlasco, l’assenza di un movente diventa un dettaglio secondario. Come a Sinnai, la mancanza di prove concrete non ferma la condanna. La differenza è solo tecnologica, perché dove prima bastava una foto oggi basta una sequenza genetica.

Il valore del movente

In teoria, il movente è un contorno. In pratica, è spesso il centro del piatto.
Nel diritto penale italiano non serve per condannare, ma serve per capire. È un elemento logico, non probatorio. Dovrebbe spiegare la coerenza di un comportamento già dimostrato, non giustificare un’ipotesi.
Quando manca la prova materiale e si tenta di colmare il vuoto con il movente, il processo smette di essere un’indagine e diventa una narrazione.
Nel caso Poggi il movente sentimentale non è mai stato provato. Nel caso Kercher il “gioco erotico degenerato” era un teorema mediatico. Nel caso Gambirasio il movente non è mai stato trovato, ma l’opinione pubblica non ne ha sentito il bisogno. È il riflesso più umano e più pericoloso della giustizia: preferire un perché falso a un non sapere vero.

Visti insieme, questi quattro casi formano una linea unica. In tutti c’è un vuoto che il sistema non riesce ad accettare. In tutti la prova incerta diventa definitiva, la verità parziale diventa titolo. In tutti la vittima finisce sullo sfondo, dimenticata dietro i volti degli imputati, dei periti, dei giornalisti, degli avvocati e dei giudici.

Chiara Poggi, Meredith Kercher, Yara Gambirasio, Gesuino Fadda, Giuseppe Fadda e Ignazio Pusceddu. Sei persone reali, sei vite spezzate, che oggi nell’immaginario collettivo pesano meno di Alberto Stasi, Amanda Knox, Raffaele Sollecito, Massimo Bossetti, Beniamino Zuncheddu, Rudy Guede, Giuliano Mignini, Letizia Ruggeri ed Enrico Venditti.

Prova a pensarci.
Quando scorri quei nomi nella mente, quali emergono per primi? I nomi delle vittime o gli altri?
Quelli di chi è scomparso o di chi, in qualche modo, è rimasto?

✍️ Andrea Coscia
Indagine basata su atti giudiziari, archivi stampa e sentenze definitive. Tutti i fatti citati sono verificabili da fonti pubbliche.

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