Israele – Palestina: la guerra che tutti spiegano e nessuno capisce
Un conflitto in cui ognuno rivendica verità e torti ma in cui la sola certezza è la complessità.
La tentazione è sempre la stessa: ridurre la questione israelo palestinese a una frase da talk show, a un meme sui social, a uno slogan da corteo. Ma funziona? No. Ogni volta che provi a semplificare perdi un pezzo. Ogni volta che cerchi la verità definitiva ti accorgi che non esiste.
La questione israelo palestinese è super complessa. Per quanto uno si impegni non riuscirà mai a raccontarla in modo completo. È un gomitolo che non si srotola: fili di storia, religione, geopolitica e interessi internazionali si annodano senza soluzione.
Chi pretende di schierarsi in modo netto dichiarando che hanno ragione solo gli israeliani o che hanno ragione solo i palestinesi in realtà si condanna a non capire. La verità scomoda è che entrambi hanno ragioni ed entrambi hanno torti.
Gli israeliani hanno ragione a rivendicare una patria dopo secoli di persecuzioni culminati con la Shoah, ma hanno torto quando trasformano quella patria in colonizzazione permanente, in muri, in leggi che discriminano una parte della popolazione.
I palestinesi hanno ragione a denunciare l’esproprio delle loro terre e la condizione di apartheid a cui sono sottoposti da decenni, ma hanno torto quando trasformano la resistenza in attentati suicidi, in razzi contro i civili, in un culto dell’odio che si tramanda di generazione in generazione.
É così che la storia si ripete. Dal sionismo di Herzl alla Nakba del 1948. Dalla Guerra dei Sei Giorni del 1967 agli Accordi di Oslo degli anni Novanta, naufragati prima ancora di partire. Ogni volta un’occasione persa, ogni volta un passo avanti seguito da due indietro.
La Cisgiordania oggi è spezzata in zone e check point, amministrata da un’Autorità Nazionale Palestinese debole e screditata. Gaza è un’enclave governata da Hamas, che alterna assistenza sociale a terrorismo. Israele è diviso tra laici e ultraortodossi, guidato da governi sempre più a destra, blindato dall’alleanza con gli Stati Uniti ma isolato da una parte crescente dell’opinione pubblica internazionale.
E intorno al campo di battaglia locale c’è la scacchiera globale. Washington e Bruxelles da una parte, Teheran e Doha dall’altra. Hezbollah che minaccia dal Libano, gli Accordi di Abramo che normalizzano rapporti ma non cancellano il conflitto. Ogni pedina che si muove non scioglie il nodo, lo stringe.
La lezione amara è che questa non è una guerra di chi ha ragione e chi ha torto. È una guerra che racconta l’impossibilità di dividere la storia con un righello. È la dimostrazione che due popoli possono avere ragioni legittime e torti devastanti allo stesso tempo.
Ed ecco la parte che dà fastidio: chi si ostina a tifare per una sola bandiera non è un analista, è un ultras. Non aggiunge comprensione, aggiunge solo rumore. Perché il conflitto israelo-palestinese non è una partita di calcio. È un conflitto senza arbitro, senza fine e senza vincitori. E continuare a guardarlo come se ci fossero buoni e cattivi significa fare il gioco della guerra stessa: renderla eterna.
Se pensate che un dettaglio manchi raccontatelo, ma fatelo senza odio, perché di odio questa storia ne ha già prodotto fin troppo.
