Sab. Set 26th, 2026

Italia, piattaforma nel Mediterraneo che non decolla

, … ma tutti decollano da sopra di noi!

L’Italia è un Paese che ama guardarsi allo specchio del mare. Ottomila chilometri di coste, una penisola che s’infila nel Mediterraneo come un dito puntato verso il mondo, una posizione che qualsiasi altro Stato avrebbe trasformato in una miniera d’oro. E noi invece? Noi la usiamo come sfondo per i tramonti su Instagram. Intanto, i colossi del mare passano davanti alle nostre coste, salutano distrattamente e vanno a scaricare a Rotterdam, Anversa e Amburgo. Fanno più strada, sprecano più carburante, perdono tempo prezioso, ma scelgono loro. Perché sanno che da lì le merci viaggiano dritte e veloci verso l’entroterra europeo. Da noi, invece, rischiano di rimanere intrappolate in porti scollegati, strade intasate e ferrovie da museo ferroviario.

La nostra geografia è perfetta, ma non basta. Anzi, a volte è un alibi: “Abbiamo la posizione più strategica d’Europa!” – ripetono politici e commentatori. Vero. Peccato che la strategia non si faccia con la cartina geografica, ma con infrastrutture che funzionano. Gioia Tauro è il nostro gigante del transhipment, un porto che potrebbe essere il polmone del Mediterraneo. Ma senza collegamenti ferroviari degni di questo nome, resta un enorme parcheggio di container. Trieste ha profondità naturali che i tedeschi sfruttano già meglio di noi: le merci sbarcano lì e vanno dritte verso Baviera e Austria. Genova ha avviato il cantiere faraonico della nuova Diga Foranea, un miliardo e rotti di investimento per ospitare le navi più grandi del mondo. Livorno ha la Darsena Europa, un altro miliardo di progetto che sulla carta fa impallidire. Ravenna scava e draga per raggiungere fondali da competizione. Tutto bello, tutto necessario. Ma resta un dettaglio: se non colleghi questi porti ai corridoi europei, se non ci metti ferrovie veloci e retroporti digitali, restano monumenti. Inaugurazioni col casco in testa, fotografie di rito, nastri tagliati, e poi container che continuano a prendere la via del Nord Europa.

L’Europa ci ha anche apparecchiato la tavola. Con il nuovo regolamento TEN-T, entro il 2030 i porti core devono avere connessioni ferroviarie efficienti e impianti di cold ironing per dare energia elettrica alle navi. Il programma CEF mette miliardi per i nodi di trasporto. Il PNRR ha già finanziato almeno quindici impianti di elettrificazione in dieci porti, dal Nord al Sud. Il Piano Complementare aggiunge i Green Ports: progetti per ridurre emissioni, installare rinnovabili, comprare mezzi elettrici. In teoria, nel 2026 dovremmo avere scali moderni e verdi. In pratica, rischiamo di trasformare i fondi europei in un’altra epopea di burocrazia e procedure, mentre i concorrenti del Nord ringraziano.

Il Mediterraneo però non aspetta. Non è più soltanto un mare di container. È anche il mare invisibile dei cavi e dei gasdotti. Dal Canale di Sicilia passa internet: i cavi sottomarini collegano l’Europa al resto del mondo. Un taglio lì e mezza UE resta senza rete. Sotto lo stesso mare corrono i gasdotti che ci portano gas dall’Azerbaigian (il TAP, già a dieci miliardi di metri cubi l’anno, espandibile al doppio) e quelli che arriveranno, come il Poseidon. Ci sono i progetti di interconnessione elettrica che rendono Sicilia e Puglia centrali non solo geograficamente, ma anche digitalmente ed energeticamente.

Eppure, mentre tutti avanzano, noi restiamo indietro su una questione fondamentale: la Zona Economica Esclusiva. Tre parole apparentemente tecniche, ma decisive. Una ZEE è un’area di mare fino a 200 miglia nautiche dalla costa, che uno Stato può istituire secondo la Convenzione ONU. Non diventa territorio nazionale, ma è come un condominio: hai diritti esclusivi sulle risorse, sulla pesca, sulle estrazioni, sui fondali. Nessuno può entrare senza chiedere permesso. È la proiezione della sovranità economica sul mare. E in un Mediterraneo piccolo e affollato, le ZEE si toccano, si sovrappongono, si contendono metro dopo metro.

Chi si è mosso? Quasi tutti. La Francia ha delimitato la sua, la Spagna pure. La Croazia e la Grecia hanno fatto i compiti. Israele, Egitto e Cipro usano la ZEE per legittimare lo sfruttamento dei giacimenti di gas offshore. La Turchia, più aggressiva di tutti, ha tracciato linee che sconfinano, litigato con la Grecia e imposto intese unilaterali. L’Algeria, nel 2018, ha dichiarato la sua ZEE e l’ha spinta fino a lambire la Sardegna, tanto per farci capire che il mare non è di chi sogna, ma di chi decide.

E l’Italia?

L’Italia ha approvato una legge nel 2021 che autorizza l’istituzione della ZEE, ma non l’ha ancora delimitata.

Tradotto: abbiamo il diritto, ma non abbiamo ancora preso la matita. Mentre gli altri occupano e difendono, noi siamo ancora alla fase della cartellina ministeriale.

È un suicidio strategico. Senza ZEE, restiamo un condominio senza cancello: chiunque può parcheggiare davanti al nostro portone. Con la ZEE, invece, possiamo finalmente dire “questo è mio” e difenderlo. Non farlo significa regalare agli altri il mare che ci circonda.

Intanto, nel Mediterraneo giocano partite che ci riguardano più di quanto pensiamo. La Turchia si muove in Libia, nell’Egeo e nei Balcani con una politica muscolare che spesso contrasta con i nostri interessi. La Russia ha piantato bandiere anche nel Sahel, quella fascia di terra sotto il Sahara che sembra lontana e invece decide chi arriva sulle nostre coste e chi controlla uranio e gas.

Tradotto: Mosca e Ankara tengono in mano sia i rubinetti dell’energia che le chiavi delle rotte migratorie.L’Algeria non è solo gas: è anche un vicino che si prende spazio marittimo. Gli Stati Uniti si sono distratti, troppo impegnati nella sfida con la Cina. L’Europa presidia a fatica con missioni come IRINI (embargo armi in Libia) e ASPIDES (protezione delle rotte nel Mar Rosso), ma senza un’Italia forte resta una potenza a metà.

Il Mediterraneo non è un mare di cartoline. È tornato il centro della partita globale. Qui si decidono i flussi di merci, energia e dati. Qui si stabilisce se saremo un hub o una provincia.

Chi governa il mare, governa il futuro, e oggi l’Italia non lo governa.

La verità è semplice, anche se fa male: o governi il mare, o il mare governa te. Noi continuiamo a illuderci che basti la geografia, mentre il resto del mondo ci passa davanti e ringrazia. Senza porti moderni, senza ZEE delimitata e difesa, senza capacità di presidiare cavi e gasdotti, restiamo una piattaforma che non decolla.

Un trampolino arrugginito, utile solo come sfondo per i selfie.

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